SHABBAT

Zemanim 7 – 8 agosto

Data7 – 8 agosto
Parashà | Eqev
Accens. candele 20.12
Minchà e Arvit Venerdì 19.30
Shachrit 9.30
Minchà
‘Arvit 
Motzaè Shabbat 21.17
Commento alla Parashà

 Parashat ‘Eqev (di Rav Gadi Piperno)

Nella tradizione ebraica ci sono molte occasioni in cui ad una nostra azione è associata una benedizione. Nel sesto capitolo del trattato di Berakhòt si afferma che i Maestri hanno stabilito che è logico che non sia lecito godere di qualcosa di questo mondo senza una benedizione. Le benedizioni quindi sono un’istituzione rabbinica e non sono un requiisto della Torà, con un’eccezione (e mezzo): la birkat hamazòn (benedizione dopo il pasto) esplicitamente richiesta nella nostra parashà (Deut 8:10), e la birkat haTorà (la benedizione della Torà) che si legge ogni mattina e dà un senso allo studio della Torà di tutto il giorno, benedizione che si evince dai primi versetti della cantica di Haazinu. Queste due benedizioni sono le uniche prescritte nella Torà.

Si chiede il Mèshekh Chokhmà quale sia il significato del fatto che la prima vada letta dopo il pasto e la seconda vada letta prima dello studio. Avremmo potuto pensare l’opposto. Quando una persona ha fame e trova di cui sfamarsi benedice il Signore prima di mangiare e non dopo. Nel caso della Torà la benedizione avrebbe senso dopo lo studio, nel momento in cui una persona si rende conto di aver appreso quanto studiato.

La domanda avrebbe senso se pensassimo alle benedizioni come ringraziamento all’Eterno per quanto ricevuto in dono. Ma, dice il Mèshekh Chokhmà, le benedizioni prescritte dalla Torà hanno un significato e un motivo diverso.

Dopo che una persona ha mangiato, sente la forza di poter fare tutto (si veda il prosieguo del capitolo, 8 in cui compare la prescrizione, dal versetto 11 in poi) e rischia in quel momento di dimenticarsi che tutto ciò di cui dispone gli arriva dal Signore e in quel momento è necessaria la benedizione.
Nel caso delle berachòt della Torà invece, quello che conta è l’approccio allo studio. Una persona può studiare Torà per usare il frutto dello studio per scopi personali, talvolta anche illeciti. È quindi prima dello studio che una persona, attraverso la benedizione, deve inculcare nel suo cuore che lo studio è finalizzato a conoscere profondamente la Torà per renderci delle persone migliori e degli ebrei migliori. La Torà quindi ci richiede queste due benedizioni in momenti specifici, al fine di indirizzare al meglio i nostri comportamenti.

Shabbat Shalom – Gadi Piperno

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 Parashat ‘Eqev (di Rav Crescenzo Piattelli)

“Ascolta, o Israele, tu passi oggi il Giordano …” (Deut. 9:1). Che cosa vuol dire “tu passi”? Dice Rabbi Tanchuma: Mosè insiste e dice a loro: voi lo passerete (il Giordano), io non lo passerò! Aprì a loro una breccia, forse essi chiederanno misericordia per lui. (Devarim Rabbà 3: 11).  Perché Mosè non chiese espressamente ai figli d’Israele che pregassero a suo favore? Spiega Rabbi Ja’aqov Chayim, autore del Kaf Ha-Chayim: avviene che chi chiede insistentemente al suo prossimo di pregare per lui, causa che questo lo faccia solo a parole, cioè al solo scopo di non respingere una richiesta. Invece se si suscita nel prossimo il desiderio di pregare per un altro, colui nel quale nasce questo slancio, certamente lo farà dal profondo del suo cuore. Perciò Mosè preferì accennare al popolo affinché pregasse per lui, senza dirlo espressamente. In un altro modo, interpreta questo argomento l’Imrè Emet. Nella disposizione che D-o dà a Mosè: “… non continuare a parlarmi di questa cosa …” (Deut. 3:26), è compreso l’insegnamento che egli non chieda agli altri che intercedano per lui; per questo motivo lo stesso Mosè lo chiese servendosi di un’allusione.
 Shabbat Shalom – Crescenzo Piattelli

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