Data 7-8 dic 2018
Parashà | Miqqetz
Accens. candele 16.20
Minchà e Arvit Venerdì  16.15
Shachrit 8,45
Minchà 16.15
‘Arvit 17.15
Motzaè Shabbat 17.25

Commento alla Parashà

da Rav Piattelli di SIENA – Parashat Miqqetz
  
ועתה ירא פרעה איש נבון וחכם, וישימהו על ארץ מצרים.
“Il Faraone provveda un uomo intelligente e saggio e lo ponga a capo della terra d’Egitto” (Genesi 41: 33).


Riguardo a questo verso i Saggi si sono posti il quesito: Giuseppe era stato consultato dal Faraone unicamente per interpretare i suoi sogni e non per dare consigli in merito alle strategie da adottare. Allora perché dopo che ebbe spiegato i sogni, egli ebbe l’ardire di dare al re anche dei suggerimenti? Rabbi Zvi Hirsch Feber sosteneva che il comportamento di Giuseppe si spiega bene con una parabola. Una volta due principi non ebrei, in cerca di glorie, si trovarono nei pressi di una stazione ferroviaria e là trovarono un gruppo di musicisti. Dissero l’un l’altro: “ I musicisti sono venuti per il mio onore!”. Così si misero a bisticciare per chi dei due erano venuti i musicisti. La lite si placò quando decisero di rivolgersi a un arbitro ebreo per decidere chi dei due aveva ragione. Nei pressi della stazione abitava un uomo povero, che non aveva neanche i soldi per comprare i viveri per la festa di Pesach, che era molto prossima a cadere. Così i due principi arrivarono a casa di questo ebreo per dirimere la controversia, questi chiese loro la somma di cinquanta rubli per la sua consulenza ed essi di buon cuore pagarono. La sentenza dell’ebreo fu questa: i musicisti sono venuti né per l’uno, né per l’altro di voi; essi sono venuti per me, affinché io avessi da voi stessi il denaro per acquistare gli alimenti per Pesach. Tornando alla nostra parashà, Giuseppe pensò nello stesso modo del povero ebreo della parabola: non per il Faraone è venuto il sogno, né per i maghi d’Egitto, poiché anche senza sogni D-o avrebbe potuto far venire la carestia nel paese. I sogni del Faraone sono venuti per me, in modo che io potessi uscire di prigione ed essere elevato agli onori del regno. E anche il Faraone, che non era di certo un idiota, ebbe la stessa intuizione di Giuseppe, subito accettò i suoi consigli e disse: “Non c’è uomo intelligente e saggio come te. Perciò tu sarai preposto alla mia casa …”.
Shabbat Shalom – Crescenzo Piattelli
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da Rav Spagnoletto
In questa parashà, Mikkez, continua la saga di Giuseppe e dei suoi fratelli, che condurrà questi ultimi, proprio alla fine a fare un profondo esame di coscienza. Un’ esplicita ammissione di colpa che crea le premesse per la riconciliazione.
In un passaggio, la Torà descrive i fratelli riuniti a mangiare con Giuseppe vice re, che ancora non si era rivelato e tiene a sottolineare che erano predisposti tre deschi differenti.
Scrive la Torà:
ויָּשִׂימוּ לוֹ לְבַדּוֹ וְלָהֶם לְבַדָּם וְלַמִּצְרִים הָאֹכְלִים אִתּוֹ לְבַדָּם כִּי לֹא יוּכְלוּן הַמִּצְרִים לֶאֱכֹל אֶת הָעִבְרִים לֶחֶם כִּי תוֹעֵבָה הִוא לְמִצְרָיִם
Misero (da magiare) a lui da solo, a loro da parte, e agli egiziani che mangiavano con lui a parte, perché non possono mangiare pane gli egiziani con gli ebrei, perché è cosa abominevole per gli egiziani”.
Nel nostro viaggio fra i commentatori italiani questo sabato abbiamo scelto il commento di Elihau Ben Amozegh. Uno degli ultimi maestri italiani ad aver scritto un commento ordinato per versi alla Torà.
Nato nel 1823 a Livorno da un babbo che l’ebbe in seconde nozze a 71 anni rimase orfano di mamma all’età di 4 anni. Fu rabbino a Livorno per oltre 50 anni occupandosi di filosofia e mistica. Morì nel 1900, Fra i suoi discepoli Shabetai Alfredo Toaff. Il suo commento si intitola אם למקרא  .
Scrive in proposito:
מָצִינוּ דְּבָרִים בְּאֵירוֹדוֹטוֹ הַסּוֹפֵר הַקַּדְמוֹן לִיוָנִים, שֶׁמֵּהֶם יִתְבָּאֵר כַּוָּנַת הַכָּתוּב שֶׁהֲרֵי כָּתַב בְּסֵפֶר II סָעִיף 41 כִּי הַמִּצְרִים לֹא יִקְרְבוּ לְנַשֵּׁק אֶת הַיְּוָנִים לֹא יִשְׁתַּמְּשׁוּ בִּכְלֵיהֶם וְלֹא מִסַּכִּין שֶׁחָתְכוּ בּוֹ וַאֲפִלּוּ מִבָּשָׂר שֶׁנֶּחְתַּךְ בְּסַכִּין הַיְּוָנִים אֵינָם רַשָּׁאִים לֶאֱכֹל ע”כ וּמִדִּבְרֵי אֵירוֹדוטוֹ נִרְאֶה שֶׁכַּזֶּה וְיוֹתֵר מִזֶּה הָיוּ נִשְׁמָרִים עִם גּוֹיִם אֲחֵרִים שֶׁאִם בעוע”ז כְּמוֹתָם כָּךְ עִם יִשְׂרָאֵל הַכּוֹפְרִים בע”ז עאכ”ו
Troviamo in Erodoto, famoso autore greco, elementi a conferma del testo. Infatti egli scrive nel secondo capitolo, paragrafo 41 che gli egiziani non si avvicinavano a baciare i greci, non utilizzavano i loro strumenti e neanche un coltello che avevano usato, persino la carne che era stata tagliata con un coltello dei greci non era loro consentito consumare. Dalle parole di Erodoto sembra quindi che parimenti, e anche di più, stavano attenti con altri popoli. Infatti, se con idolatri come loro era così, tanto più facevano con gli ebrei che rinnegavano l’idolatria.
La parola di questa settimana è תוֹעֵבָה. E’ una parola difficile da tradurre. Qui l’abbiamo resa con abominio. Ma di sicuro l’accezione che ha nella Torà è più articolata. È sempre accostata ad un comportamento o ad una cosa che è proibita, ma con livelli di rifiuto diversi, ed anche la pena connessa a qualcosa che è qualificata con questo termine può essere diversa da un caso all’altro. Il Talmud nel trattato di Nedarim propone di leggere il termine come la sintesi delle paroleטועה אתה בה , situazione in cui tu erri. Questa parola è usata rispetto all’idolatria e alcuni tipi di rapporti proibiti. In varie parlate giudeo italiane indica le icone di altri credi, rifiutate da una concezione essenzialmente e radicalmente monoteista come quella ebraica.
Bon shabbad –  Amedeo

Showing 2 comments
  • Cindy Fowler
    Rispondi

    We will be visiting Florence and I wanted to know if you have a community service for Kol Nidre that my family can attend?

    • Comunità ebraica
      Rispondi

      Hi Cindy, Kol Nidrè and ‘Arvit will be at 19.15.
      I suggest you to arrive sooner and not to bring bags or phone with you

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