Data 19-20 luglio
Parashà | Balaq
Accens. candele 20.34
Minchà e Arvit Venerdì  19.30
Shachrit 8,45
Minchà 20.30
‘Arvit 21.3o
Motzaè Shabbat 21.43
Commento alla Parashà

da Rav Spagnoletto 
 Nella parashà di Balaq l’attenzione si concentra sul tentativo del re di Moav di contrastare la minaccia del popolo ebraico che dopo la conquista delle città degli emorei descritta nel capitolo precedente era a ridosso dei territori moabiti. Ingaggiare un mago che fosse in grado di scompaginare l’unità del popolo ebraico ad ogni costo, questo era il progetto di Balaq.


Questa settimana prendiamo a riferimento dei versetti della aftarà, che poi sono il nesso che l’ha fatta scegliere come brano profetico da accompagnare questo sabato alla Parashà.
Michà cap. 6
עַמִּי, זְכָר-נָא מַה-יָּעַץ בָּלָק מֶלֶךְ מוֹאָב, וּמֶה-עָנָה אֹתוֹ, בִּלְעָם בֶּן-בְּעוֹר–מִן-הַשִּׁטִּים, עַד-הַגִּלְגָּל, לְמַעַן, דַּעַת צִדְקוֹת יְהוָהו בַּמָּה אֲקַדֵּם יְהוָה, אִכַּף לֵאלֹהֵי מָרוֹם; הַאֲקַדְּמֶנּוּ בְעוֹלוֹת, בַּעֲגָלִים בְּנֵי שָׁנָהז הֲיִרְצֶה יְהוָה בְּאַלְפֵי אֵילִים, בְּרִבְבוֹת נַחֲלֵי-שָׁמֶן; הַאֶתֵּן בְּכוֹרִי פִּשְׁעִי, פְּרִי בִטְנִי חַטַּאת נַפְשִׁיח הִגִּיד לְךָ אָדָם, מַה-טּוֹב; וּמָה-יְהוָה דּוֹרֵשׁ מִמְּךָ, כִּי אִם-עֲשׂוֹת מִשְׁפָּט וְאַהֲבַת חֶסֶד, וְהַצְנֵעַ לֶכֶת, עִם-אֱלֹהֶיךָ.
5Popolo mio, ricorda le trame di Balaq, re di Moab, e quello che gli rispose Balaam, figlio di Beor. Ricordati di quello che è avvenuto da Shittìm a Gilgal, per riconoscere le vittorie del Signore». 6«Con che cosa mi presenterò al Signore, mi prostrerò al Dio altissimo? Mi presenterò a lui con olocausti, con vitelli di un anno? 7Gradirà il Signore migliaia di montoni e torrenti di olio a miriadi? Gli offrirò forse il mio primogenito per la mia colpa, il frutto delle mie viscere per il mio peccato?». 8Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con il tuo Dio.
Un nuovo maestro italiano.
Scegliamo di trascrivere un pensiero di Rav Alfredo Toaff inserito nel Commento alle aftarot pubblicato nel 1950, prima a puntate e poi come volume dall’UCEI, al cui progetto parteciparono numerosi rabbini italiani, fra cui appunto il rabbino capo di Livorno. Nacque nel 1880 e studiò con Rav Elia Benamozegh e poi con Rav Samuele Colombo a cui succedette nella cattedra della città toscana. Fu presidente dell’Assemblea rabbinica e anche direttore del Collegio rabbinico. Di lui molti di noi ricordano la traduzione della aggadà illustrata da Eva Romanin Jacur.
Egli scrive:
Non meno ci colpisce ….la rievocazione della storia passata di Israele, della quale i profeti tanto si compiacciono. Come fu giustamente osservato, essi attribuiscono agli insegnamenti della storia grande valore pratico in quanto pensano che è la legge morale a decidere la sorte dei popoli, e quella legge dice che la vittoria finale non va alla forza materiale, ma a quella spirituale e morale, e a quel popolo che tale forza possiede.
La parola di questa settimana èיעץ significa, suggerire proporre. עצה, è il consiglio. Loיועץ  in ebraico moderno è il consulente.
Shabbat shalom – Amedeo
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da Rav Piattelli di Siena – Parashat Balaq
 Nella Ghemarà di Berachot (12b) è detto: “… si aveva l’intenzione di inserire il capitolo di Balaq nella recita dello Shema’, e perché non l’hanno fatto? Per non affaticare il pubblico (quando prega). Qual è la ragione (per cui avrebbero dovuto introdurlo)? Perché sta scritto questo testo: “Egli si china, si accovaccia, come un leone, come un leoncello. Chi lo farà rizzare?” (Num. 24:9)”. Oppure come formula la Mechiltà, perché è scritto: ”Ecco un popolo che si alza come un leoncello e si rizza come un leone …” (Num. 23: 24). A prima vista, i versi che hanno scelto i Maestri dalle parole di Bil’am, come glorificazione del popolo d’Israele, sono proprio quelli che ci danno una sensazione di non piacevolezza. E se è così, perché si doveva contraddistinguere il popolo ebraico come guerriero, assetato di sangue e crudele, com’è scritto: “… non si corica sino a che non abbia divorato la preda e non abbia bevuto il sangue degli uccisi” (Num. 23. 24)? Sarebbe stato più appropriato definirlo con i versi che appaiono all’inizio della parashà: “Quanto sono belle le tue tende, o Giacobbe! Le tue dimore, o Israele! Esse si estendono come valli, come giardini in riva al fiume, come aloè, piantati dal S., come cedri vicini alle acque” (Num. 24: 5-6). Allora perché i Maestri hanno creduto che i versi che descrivono la tranquillità e la bellezza che vi erano nell’accampamento d’Israele perdono di valore rispetto a quelli che definiscono la forza e l’essere sanguinari? Rashì, sorprendentemente, si discosta completamente dalla spiegazione letterale e ci dà una lettura completamente diversa. Egli sostiene che quando gli ebrei si destano al mattino per pregare shachrit si rafforzano come un “leone e un leoncello” e così nel compiere i precetti del talled, dei tefillin e della lettura dello Shema’, ecc. ecc. Per Rav Aharon Lichtenstein dato che Rashi non interpreta la Scrittura in senso letterale, non si arriva a comprendere la scelta della suddetta Ghemarà di Berachot, riguardo ai versi aspri e forti, per volerli inserire nella Keriat Shema’. Afferma però Rav Lichtenstein che proprio alla luce dei versi che delineano la forza del popolo ebraico comprendiamo fino in fondo la sua dolcezza. Il popolo d’Israele è caratterizzato da una forza bivalente: che si esplicita in guerra, ma anche a preservare la pace e la serenità, in consonanza con quanto dicono i Maestri: ”ezeu ghibbor ha-kovesh et izrò = Chi è il forte? Colui che sa reprimere il suo istinto”. Le altre nazioni, invece, non riescono ad avere questo duplice aspetto, poiché secondo la loro ideologia la grazia e la riservatezza non possono coesistere con l’aggressività. Proprio la condizione dove il popolo può essere crudele e violento, quando è necessario, è quella che ci insegna che la tale mitezza, che lo contraddistingue, è per propria scelta e per la fiducia nel valore della pace, ma mai dovuta a mera impotenza. Dall’entusiasmo del profeta delle nazioni che dice: “Egli si china, si accovaccia, come un leone, come un leoncello. Chi lo farà rizzare?”, viene quel messaggio stupefacente “Quanto sono belle le tue tende, o Giacobbe!”; tende in cui convivono quelle due prodezze creatrici e fruttifere.
Shabbat Shalom Crescenzo Piattelli

Showing 2 comments
  • Cindy Fowler
    Rispondi

    We will be visiting Florence and I wanted to know if you have a community service for Kol Nidre that my family can attend?

    • Comunità ebraica
      Rispondi

      Hi Cindy, Kol Nidrè and ‘Arvit will be at 19.15.
      I suggest you to arrive sooner and not to bring bags or phone with you

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