Data 21-22 giugno
Parashà | Beha’alotechà
Accens. candele 20.42
Minchà e Arvit Venerdì  19.30
Shachrit 8,45
Minchà 20.30
‘Arvit 21.40
Motzaè Shabbat 21.56
Commento alla Parashà

da Rav Spagnoletto 
La parashà di Beaalotechà termina con l’episodio di Miriam colpita dalla Zara’at, apparentemente come punizione per aver parlato male di Moshè  insieme ad Aharon.

Moshè intercesse, come è noto, e ricevette dall’Eterno questa risposta:
וַיֹּאמֶר יְ..וָה אֶל־מֹשֶׁה וְאָבִיהָ יָרֹק יָרַק בְּפָנֶיהָ הֲלֹא תִכָּלֵם שִׁבְעַת יָמִים תִּסָּגֵר שִׁבְעַת יָמִים מִחוּץ לַמַּחֲנֶה וְאַחַר תֵּאָסֵף׃
Disse Iddio a Moshè: se suo padre (di lei) gli avesse sputato in faccia (nel senso respinta per una colpa commessa), non sarebbe forse stata esclusa sette giorni? Venga quindi confinata sette giorni fuori dell’accampamento e poi riammessa.
Questo è un punto in cui sembra applicato uno dei principi interpretativi della Torà. Le famose 13 middot.
Il primo di essi è il metodo del “a maggior ragione”  קל וחומר, il leggero ed il pesante tradotto letteralmente. Due situazioni, una evidentemente meno rigorosa di cui è nota la disciplina, ed un’altra più severa che attende di essere disciplinata. A maggior ragione avrà senso disciplinare quella grave come quella più lieve.
Prendiamo in considerazione un passaggio tratto dal libro Kinat Soferim. L’autore è Cananià Cases, rabbino a Firenze negli ultimi decenni del Seicento. Morì nel 1704. La sua opera è un commento al sefer Ha-mizvot di Rambam, qui egli spiega l’origine e la funzione delle 13 regole ermeneutiche.
כֻּלְּהוּ י”ג מִדּוֹת וּשְׁאָר לִמּוּדִים שֶׁדָּרְשׁוּ בָּהֶם חֲכָמִים הֵן וְשִׁמּוּשֵׁיהֶן וּתְנָאֵיהֶן מְקֻבָּלוֹת מִסִּינַי בִּכְלָלוּת כְּדֵי שֶׁיָּדוּנוּ בָּהֶן מֵעַצְמָן לְפָרֵשׁ וּלְבָאֵר הַתּוֹרָה שֶׁבִּכְתָב וּמִצְווֹתֶיהָ וְדִינֶיהָ וְלֹא הָיָה מַחֲלֹקֶת בָּהֶן בְּדוֹרוֹת רִאשׁוֹנִים שֶׁהָיוּ מִתְבָּרְרִים ע”פ רֻבָּהּ שֶׁל סַנְהֶדְרִין וּבְמֶשֶׁךְ הַדּוֹרוֹת וְקִלְקוּל הַזְּמַנִּים מִתּוֹךְ שֶׁלֹּא שִׁמְּשׁוּ כָּל צְרָכָן נִתְעַלְּמוּ מִמֶּנּוּ מְהַלְּכוֹת שֶׁהָיוּ מֻסְכָּמוֹת וְנִתְפַּשְּׁטָה הַשְּׁכָחָהּ בָּעִקָּרִים הַהֶקֵּשִׁיִּים וְהָרְאָיוֹת לְהַכְרִיעַ וּלְהוֹרוֹת בָּהֶן וָרַבְתָּהּ מַחֲלֹקֶת בְּיִשְׂרָאֵל
Le 13 middot e gli altri insegnamenti attraverso cui hanno interpretato i maestri, i loro tirocinanti, i loro insegnanti sono stati ricevuti sul Sinai nella loro interezza, in modo che li usassero per giudicare in modo autonomo, spiegare e chiarire la Torà scritta e i suoi precetti e le sue leggi. E non c’erano dispute nelle prime generazioni. Tutto veniva chiarito sulla base delle decisioni a maggioranza del Sinedrio. Col passare delle generazioni e la corruzione dei tempi, causata dal fatto che non si fece un adeguato tirocinio si dimenticarono le regole condivise e si diffuse l’oblio sui principi, le situazioni in cui valeva l’analogia, le prove, per decidere e insegnare ed è aumentata la disputa in mezzo a Israele. La parola di questa settimana  è שמש , è una radice che spazia molto nel significato. Parte dal concetto di azione che abbia un vantaggio. Loשמש  shammash è il collaboratore nel tempio, o il cameriere, significa anche praticante, fino a comprendere il verbo, nel linguaggio dei maestri, avere rapporti. Come è ben noto significa anche sole, questa parola per indicare la stella è comune a molte lingue semitiche.
Buon shabbad

 

Shabbat shalom – Amedeo
************da Rav Piattelli di Siena –  Parashat  Beha’alotechà
Miriam e Aronne andavano sparlando di Mosè “a causa della donna kushita (= etiope, midianita) che aveva preso” e mormoravano contro di lui perché la sua dignità profetica era ritenuta superiore rispetto alla loro. La questione fu risolta direttamente da D-o, il quale compì un giudizio, confermando la superiorità profetica di Mosè e colpendo Miriam con la lebbra, dalla quale, in seguito, fu guarita per l’intercessione dello stesso Mosè. La preghiera del Profeta fu brevissima ed eloquente: קל נא רפא נא לה  = D-o deh, guariscila deh!”.Domandano i nostri Maestri: se il primo “נא deh”, riportato nel verso, può assumere il significato di richiesta, il secondo  ”נא deh che senso può avere? Interessante è il commento di Rav Shelomò Klugher (Polonia 1785 – Ucraina 1869). Nella Ghemarà (T.B. Shabbat 119b) è scritto: “Disse Rav Yehudà a nome di Rav : Chiunque disprezza gli studiosi della Torà non avrà guarigione dalla sua ferita”. Le parole di questa Ghemarà vanno intese nel senso che, in genere, D-o fa precedere la guarigione alla malattia. Poiché quando noi chiediamo: שלח רפואה שלמה לחולי עמך = manda una completa guarigione per i malati del Tuo popolo”, significa che la guarigione Egli l’ha già pronta, basta solo che la invii a destinazione. Però nei confronti di colui che disprezza gli studiosi della Torà, dato che la stessa Torà è anche chiamata refuà (guarigione) [cfr. Proverbi 3:8], occorrerà un’altra refuà al posto della prima, che fu creata per lui. Quando i Maestri affermano che: “… non avrà guarigione dalla sua ferita”, significa che chi vilipende i talmidè chahamim ha perso la sua guarigione e ci vorrà un supplemento di misericordia affinché ne venga creata un’altra. Nello stesso modo, dato che Miriam mormorò contro Mosè, il talmid chaham per eccellenza, ci volle per lei una nuova guarigione. Di conseguenza Mosè raddoppio il ”נא deh”. Il primo ”נא deh, aveva, come si è detto, il significato di “בקשה = richiesta”, mentre il secondo quello di “עתה = ora”, vale a dire che in quel momento D-o creasse per lei una nuova guarigione.

Shabbat Shalom Crescenzo Piattelli

 

Showing 2 comments
  • Cindy Fowler
    Rispondi

    We will be visiting Florence and I wanted to know if you have a community service for Kol Nidre that my family can attend?

    • Comunità ebraica
      Rispondi

      Hi Cindy, Kol Nidrè and ‘Arvit will be at 19.15.
      I suggest you to arrive sooner and not to bring bags or phone with you

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