Data 12-13 apr. 2019
Parashà | Metzorà –  Sh.HaGadol
Accens. candele 19.36
Minchà e Arvit Venerdì  19.30
Shachrit 8,45
Minchà 19.15
‘Arvit 20.25
Motzaè Shabbat 20.40

Commento alla Parashà

da Rav Spagnoletto 
 La parashà di Mezora’, quest’anno si lega a shabbat Ha-gadol, il sabato che precede Pesach.


C’è spazio per riflettere su una possibile connessione fra i due argomenti. Il processo di purificazione descritto nella parashà è previsto per chi era stato colpito da zara’at, che come ricordano i maestri simbolicamente colpisce chi si è macchiato di maldicenza e ha usato la parola in modo sconveniente. Ed ecco allora che il riferimento può allargarsi al lavoro da fare su noi stessi in queste settimane di sgombro del chametz, in vista di una festa che vede nella narrazione, nella comunicazione, l’elemento essenziale. Parlare si, ma con consapevolezza e cognizione. Non è un caso che i maestri della cabbalà della chassidut leggono la parola Pesach come peh sach, “la bocca che conversa”.
La maldicenza ha alla radice tante motivazioni. La brama di mettersi in luce, ma anche il tentativo di discreditare per un vantaggio personale.
Beninamin Ha-kohen Vitale dedica una lunga ed articolata derashà alle parashot di Tazria’ e Mezorà nel suo libro Gevul Biniamin. Nato ad Alessandria (della paglia come si diceva allora) nel 1651 il maestro fu influenzato profondamente dagli studi cabalistici che condusse sotto la direzione di Rabbi Moshè Zacut, di cui sposò anche la figlia. Divenne Rav nella sua città, a Casale e poi a Reggio Emilia dove fu punto di riferimento imprescindibile per le questioni di alachà. Morì nel 1727 e numerosi suoi studenti ricoprirono importanti ruoli rabbinici in Italia e all’estero.
Egli scrive in apertura del suo commento:
יִתְרַצֶּה הָאִישׁ וְיִשְׂמַח הָאָדָם בְּחֶלְקוֹ וְלֹא יִתְאַוֶּה בְּשֶׁל אֲחֵרִים שֶׁכֵּן אִיתָא בְּסוֹטָה פּ”א כָּל הַנּוֹתֵן עֵינָיו בְּמָה שֶׁאֵינוֹ שֶׁלּוֹ מָה שֶׁמְּבַקֵּשׁ אֵין נוֹתְנִין לוֹ וּמָה שֶׁבְּיָדוֹ נוֹטְלִין הֵימֶנּוּ
Si accontenti l’uomo e sia felice di ciò che ha, e non abbia brama di quello che possiedono gli altri, infatti così è riportato nel trattato di Sotà 53: Chiunque mette gli occhi su quello che non è suo, quello che vuole non lo avrà e quello che possiede gli viene sottratto.
Notare che, come tanti altri autori, egli inizia ogni sua derashà con quattro parole le cui iniziali formano il nome di Dio.
La parola di questa settimana è il לִיטּוֹל litol. Significa prendere. Due berachot contengono questo verbo. Quella del lulav נְטִילַת לוּלָב e quella prevista per il lavaggio delle mani נְטִילַת יָדַיִם. Nel primo caso è comprensibile. Ma nel secondo caso?
Tutto deriva dal fatto che una volta il lavaggio avveniva prendendo in mano un recipiente. Era prassi che una seconda persona versasse l’acqua dal vaso. Questa tradizione è rimasta viva, e durante il seder di Pesach facciamo proprio così. Il nome del recipiente usato è natla נַטְלָא, un termine già presente nel Talmud.
Shabbat shalom – Amedeo
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da Rav Piattelli  – Parashat Mezora’
   Dalla Ghemarà (T.B. Arachin 16a) apprendiamo il seguente insegnamento: “Disse R. Shemuel bar Nachmani, a nome di R. Yochanan: sette comportamenti causano la piaga della lebbra: la maldicenza, lo spargimento di sangue, il giuramento vano, l’incesto, l’arroganza, il furto e l’avarizia”. Da tutta questa lista di cattive azioni sembra che l’avarizia faccia eccezione, poiché essa non sembra una trasgressione vera e propria e così poi tanto grave, se paragonata alle altre. Allora i Maestri cercarono di trovare la fonte riguardo all’avarizia nella Torà scritta e orale. Ed è la stessa Ghemarà nel prosieguo del discorso a spiegarcelo: “… riguardo all’avarizia, la Torà dice: il proprietario della casa (asher lo ha-bait) andrà a dirlo al sacerdote e gli riferirà: una specie di macchia mi è apparsa nella casa … (Levitico 14: 35)”, riferendosi a ciò che insegnò la scuola di Rabbi Ishmael: Questo è colui che ha riservato la sua casa per sé (lo)”. Pertanto lo stesso proprietario avrà le pareti della sua casa infestate dalla lebbra. Per quale motivo? Il seguito della spiegazione si trova nella Ghemarà di Yomà (11b): “Ci si chiede: perché c’è bisogno nella Torà del termine “ lo = sua [riferendosi a Levitico 14:35, sopra citato], se ogni casa è soggetta alla lebbra? La Ghemarà risponde che la casa in questione è quella di colui che ha riservato la sua casa solo per sé, che si rifiuta di prestare le sue cose ad altri e che dice che non le ha: sarà punito. Il Santo Benedetto Egli sia, farà conoscere a tutti i suoi beni e tutti li vedranno quando sarà costretto a svuotare la sua casa a causa della lebbra”.
Shabbat Shalom – Crescenzo Piattelli

Showing 2 comments
  • Cindy Fowler
    Rispondi

    We will be visiting Florence and I wanted to know if you have a community service for Kol Nidre that my family can attend?

    • Comunità ebraica
      Rispondi

      Hi Cindy, Kol Nidrè and ‘Arvit will be at 19.15.
      I suggest you to arrive sooner and not to bring bags or phone with you

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