Zemanim 14-15 feb

 In Zemanim

Data14-15 feb.
Parashà | Ytrò
Accens. candele 17.24
Minchà e Arvit Venerdì  17.30
Shachrit 8,45
Minchà 17.15
‘Arvit 18.15
Motzaè Shabbat 18.27
Commento alla Parashà

da Rav Gadi Piperno
“E tutto il popolo risposero insieme e dissero tutto quello che ha detto il Signore noi faremo” (Es. 19:8).

Questa frase rappresenta un primo momento di solenne accettazione della Torà e di tutte le mitzwòt in essa contenute. Come noto questo tipo di espressione lo troviamo anche alla fine della parashà di Mishpatìm (Es. 24:7) in cui è scritto: “E dissero: tutto quello che ha detto il Signore faremo e ascolteremo”. Ci si può domandare il perché di questa ripetizione e il senso di queste due diverse formulazioni.
Il Mèshekh Chochmà nota che nel primo versetto si parla del popolo, tutto insieme, mentre nel secondo non c’è l’indicazione del popolo ma genericamente è scritto “dissero”. Il popolo nella sua interezza si è impegnato all’azione. Ci sono mitzwòt che spettano ai sacerdoti, altre ai re, altre ai primogeniti e così via. In una società c’è chi ha il ruolo del cuore nel corpo umano, chi ha quello dei muscoli, chi quello dell’intelletto. Se non funzionassero tutti a dovere, il funzionamento dell’intero organismo risulterebbe danneggiato o compromesso. In questo senso ogni ebreo è garante per l’altro, e responsabile per l’altro e la totalità delle mitzwòt non possono che essere messe in atto dal popolo nella sua interezza. Il singolo individuo che non ha per definizione la facoltà di mettere in pratica tutte le mitzwòt,si impegna a “fare” ciò che è di sua spettanza, ma anche ad ascoltare, ovvero a studiare ciò che non lo è. 
Per questo, i nostri maestri ci dicono (Menachòt 110a) che chiunque studi le regole del sacrificio di espiazione è come se lo avesse messo in pratica. Anche in mitzwòt oggi in disuso, come quelle relative ai sacrifici o a certi aspetti di purità e impurità, si celano degli insegnamenti di cui il popolo di Israele non può fare a meno. Non essendo possibile la pratica di queste mitzwòt, il loro studio diventa a maggior ragione un elemento di cui non si può fare a meno per mantenere il patto preso con il Signore.
 Shabbàt shalòm – Gadi Piperno
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da Rav Crescenzo Piattelli – Parashat Itrò
“E dissero a Mosè: sii tu a parlarci e noi potremo ascoltare, ma che il Signore non ci parli, ché potremmo morire” (Esodo 20: 19). Una volta un dotto si rivolse a Rabbi Issachar Dov di Beelza e gli chiese un esame accurato sulla tradizione rabbinica razionale. Questo dotto iniziò il suo discorso riferendosi all’obiezione che pose il Chidà riguardo al seguente passo talmudico di Meghillà (7b): “Disse Ravà: a Purim una persona è obbligata a inebriarsi di vino finché non sa distinguere tra il maledetto Haman e il benedetto Mordechai”. La Gemara riferisce poi: “… che Rabbà e Rabbi Zerà prepararono un pranzo di Purim l’uno con l’altro, e si ubriacarono a tal punto che Rabbà sorse e scannò Rabbi Zerà. Il giorno dopo, quando Rabbà divenne sobrio e si rese conto di ciò che aveva fatto chiese misericordia a D-o e lo fece resuscitare …”. Se è così – chiese il dotto a Rabbi Issachar – come rabbi Zerà poté tornare a casa da sua moglie? È chiaro che quando a una donna muore il marito diventa vedova, e se il marito torna deve, prima di tutto, sposarla nuovamente. Rabbi Issachar gli disse che nella Ghemarà c’è una chiara dimostrazione che una morte temporanea non è considerata vera e propria morte, e in ogni caso la donna resta sposata. Da questa spiegazione il dotto restò meravigliato, poiché era molto esperto di ogni passo della Ghemarà, e inoltre chiese in quale trattato si trovava questa tesi. Il Rebbe gli rispose che doveva consultare il trattato di Shabbat. Il dotto andò e non trovò nulla. Allora Rabbi Issachar disse che la prova si trovava il Shabbat 88b, a proposito del momento del Dono della Torà, dove è scritto che gli ebrei, secondo la spiegazione del Maestri, esalarono l’ultimo respiro. È scritto in questa Ghemarà: “Disse Rabbi Yehoshua ben Levi: da ogni espressione (delle Dieci Parole) uscita dalla bocca del Santo Benedetto Egli sia, le anime del popolo ebraico lasciarono i loro corpi, com’è scritto: “La mia anima era venuta meno mentre egli parlava” (Cantico dei Cantici 5: 6)”. Ecco che da qui c’è la dimostrazione che una morte temporanea non è da considerarsi proprio morte. E se fosse stato diversamente, tutti gli ebrei avrebbero dovuto risposare le loro mogli, e risulta che ciò non avvenne. Anzi, quando Mosè disse loro: “shùvu lachem le-aolechèm = tornatevene alle vostre tende”, tale espressione fu interpretata dai Rabbini nel senso che dopo che furono tornati dalle loro mogli furono benedetti con la nascita di un figlio!
Shabbat Shalom – Crescenzo Piattelli

 

 

 

 

 

 

 

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Showing 4 comments
  • Cindy Fowler
    Rispondi

    We will be visiting Florence and I wanted to know if you have a community service for Kol Nidre that my family can attend?

    • Comunità ebraica
      Rispondi

      Hi Cindy, Kol Nidrè and ‘Arvit will be at 19.15.
      I suggest you to arrive sooner and not to bring bags or phone with you

  • Dina Modiano-Fox (aka Dina Modiano)
    Rispondi

    Hello, I too will be in Florence for Yom Kippur. Please advise as to whether I need to register and
    what documents are required to attend Kol Nidre. Many thanks,
    Dina Modianot-Fox

    • Comunità ebraica
      Rispondi

      Hello Dina,
      Whenever you prefer you can send to info@firenzebraica.it your ID or Passport before Yom Kippur.

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